L’inventore del tapping? Un medico lucano dalla storia incredibile

L’inventore del tapping, chi era costui? Se ne è parlato molto qualche anno fa, poi le luci su questa storia straordinaria si sono man mano affievolite. Eppure, vale sempre la pena ricordare e raccontare nuovamente una vicenda di musica che comincia a Potenza e che prosegue nelle lettere di Chat Baker.

 

Vittorio Camardese, inventore del tapping
Vittorio Camardese, inventore del tapping

 

L’inventore del tapping è un medico lucano. Quando questa notizia esplose come una bomba qualche anno fa, subito si accesero i riflettori su una storia apparentemente come tante: un ragazzo lucano, i suoi studi universitari, il trasferimento a Roma, la professione di radiologo, la passione smisurata per la chitarra. Imparata da autodidatta nell’Italia che si preparava alla guerra, come in tutte le storie straordinarie che si rispettino. Ma Vittorio Camardese non è solo l’inventore del tapping (o uno dei precursori di questa tecnica, come più precisamente viene definito): è soprattutto un uomo che ha coltivato un talento nel silenzio di una passione pura, circondato da personaggi noti che gli riservavano grande affetto. Ecco perché da quando è stata scoperta, la storia di Camardese ha spodestato Eddie Van Halen, da sempre considerato l’inventore del tapping.

Un altro effetto benefico di questa storia è stato proprio il filone di studi avviato sulle origini di questo particolare effetto chitarristico. Video, testimonianze, incisioni: il setaccio dei documenti alla ricerca del primo tapping della storia è stato una vera e propria febbre. E se è vero che alla fine neanche Camardese può essere considerato il primo esecutore di tapping in assoluto, è altrettanto vero che la sua storia merita di essere narrata proprio per la sua intensità e per il rapporto che questo medico potentino aveva con la musica e con la sua chitarra.

Ed ecco perché.

Che cos’è il tapping?

Prima di incontrare l’inventore lucano del tapping in questo viaggio indietro nel tempo, esploriamo il sound del tapping. Si tratta di una tecnica chitarristica in cui le corde vengono picchiate all’altezza dei tasti. Le note che ne risultano ricalcano la linea di bassi e contrabbassi e sono una vera e propria estasi.

Ottenere suoni dallo strumento senza pizzicare le corde e sfruttare entrambe le mani per estendere le proprie possibilità espressive stravolge il senso stesso di una chitarra, che diventa così in grado di produrre una pioggia di suoni da riempire le orecchie e i sensi proprio come fa un’orchestra.

Negli anni Settanta, la rockstar olandese Eddie Van Halen fece esplodere il fenomeno lanciando la tecnica del tapping a livello planetario. Ed è per questo motivo che Van Halen era considerato all’unanimità l’inventore del tapping. Eppure, ben oltre un decennio prima di lui qualcuno già suonava la chitarra così.

L’inventore del tapping che non ti aspetti

Lo charme, l’eleganze e l’educazione di un gentleman italiano del dopoguerra: ecco come appare Vittorio Camardese ospite a “Chitarra Amore Mio”, trasmissione TV del 1965, condotta da Arnoldo Foà. L’esibizione del timido radiologo lucano, che per essere in trasmissione precisa di aver chiesto un permesso particolare al suo primario, è travolgente. E alla richiesta di Foà di insegnare a tutto il mondo quel nuovo modo di suonare la chitarra, Camardese risponde “Dice? È troppo per me”, una frase che molto racconta del rapporto di Camardese con la sua chitarra e con la musica in generale. Le serate in casa a suonare per pochi amici scelti – e che amici! Irio De Paula, Renzo Arbore, Piero Angela, Romano Mussolini e altri dei dell’Olimpo del Jazz -, la paura di volare che lo tenne sempre lontano dai grandi palcoscenici su cui era continuamente invitato a salire con la sua chitarra, il rifiuto di incidere perché non non ne riteneva sufficientemente di qualità i risultati: la vita di questo chitarrista in camice da medico ha luci e ombre. E le luci sono quelle accecanti di una ribalta che averebbe senz’altro meritato. Come ripeteva Chet Baker – un altro amico speciale di Vittorio – nelle lettere che periodicamente gli spediva, cercando di convincerlo a non mollare e a fare il salto di qualità, seppure con il suo italiano sghembo. Oggi, quelle lettere sono un patrimonio prezioso e la traccia di un racconto rimasto troppo a lungo in soffitta. Ma come in tutte le storie di musica, un’ eco sopravvive e si rifrange negli anni.

Succede così che Roberto Angelini, musicista e cantautore che abbiamo imparato a conoscere soprattutto per la sua partecipazione a Gazebo e Propaganda Live, esce allo scoperto con questa storia chiusa in un cassetto. Perché Vittorio Camardese, l‘inventore del tapping, è il suo patrigno e lo ha iniziato fin da piccolissimo alla chitarra. In pochissimo tempo, il video di “Chitarra amore mio” fa il giro del pianeta. Lo intercetta anche Joe Satriani che lo invia a Brian May. E il chitarrista dei Queen se ne innamora! Lo pubblica sul suo account Twitter e scrive “Joe Satriani sent me this – MAGIC starts at 1.30 and continues! Incredible playing”.

E la consacrazione che Vittorio Camardese non ha mai avuto in vita perché troppo schivo per guadagnarsela.

La storia dell‘inventore del tapping è sulla bocca di tutti.

La storica esibizione di Vittorio Camardese a “Chitarra amore mio”

Alla ricerca del tapping

La riscoperta di un talento nostrano che aveva proposto una tecnica molto simile oltre un decennio prima di Eddie Van Halen aveva senz’altro riempito d’orgoglio la comunità chitarristica italiana. Ma, a ben vedere, le radici del tapping sono fondate ben più indietro nel tempo. La storia di Vittorio Camardese ha dato il la a una vera a propria ricerca di documenti di tapping ante-litteram.

Chi ha dunque davvero inventato il tapping?

La tecnica del tapping, dicevamo,consiste nella produzione di un suono mediante la pressione di una corda contro una tastiera (hammer on). Qualunque musicista di strumenti a corda con tastiera è in grado di realizzare che picchiando le corde o sfregandole con un archetto è possibile produrre un suono. Farne poi una vera e propria esecuzione musicale di pregio è ben altro conto.

Tuttavia, la difficoltà nel trascrivere tali tecniche e l’impossibilità di documentarle prima dell’invenzione della registrazione audio e video hanno reso la ricerca delle origini del tapping davvero complicata.

Club House Party, 1932

Pare che il primo esempio filmato e registrato di tapping eseguito su uno strumento a corda sia di Roy Smeck, virtuoso dell’ukulele. La sua esecuzione nel film Club House Party del 1932 è una vera e propria pietra miliare. I tasti minuscoli e il sustain ridotto di un ukulele non aiutano molto a evidenziare l’effetto, eppure la tecnica di Roy contiene già tutti gli elementi del moderno tapping.

Lo strumento elettrico è senza dubbio un terreno più fertile per il tapping, grazie alla minor forza necessaria a produrre un suono dal volume apprezzabile e al suono, in generale, più compresso e dal sustain maggiore.

Jimmie Webster, 1952

Jimmie Webster, chitarrista jazz e impiegato presso Gretsch nel campo della progettazione e del marketing, negli anni ’50 usava la mano destra per suonare accordi e melodie sopra la tastiera della sua archtop per sfruttare così polifonie e articolazioni simili a quelle di un pianoforte.

Webster chiamava la sua tecnica “Touch System” e pubblicò anche un manuale intitolato “Touch Method for Electric and Amplified Spanish Guitar”. L’aveva imparata da Harry DeArmond, che a sua volta l’aveva raffinata allo scopo di dimostrare la dinamica dei suoi pickup magnetici.

Dave Bunker, 1957

Il diffondersi della tecnica che non pizzicava le corde ma le percuoteva stava trasformando profondamente anche la chitarra stessa. Era il 1957 quando Dave Bunker depositava il brevetto della doppio-manico Duo-Lectar, 6 anni dopo la Telecaster, 5 dopo la Les Paul e 3 dopo la Stratocaster. Il curioso strumento aveva nel manico inferiore il compito di accompagnare con una linea di basso e una semplice ritmica. Il più ampio manico superiore, invece,  era riservato ad accordi e solistiche con un sound simile a quello di una lapsteel, ma con una struttura che oggi può ricordare quello delle moderne chapman stick divenute famose grazie a musicisti come Tony Levin.

Inventore del tapping… o no?

Il terreno su cui Camardese faceva muovere in Italia il suo tapping era decisamente vergine. In più, Camardese possedeva una tecnica straordinariamente avanzata. Ne dimostrava sia gli utilizzi ciclici sviluppati per pattern che caratterizzano la scuola vanhaleniana, sia quelli puramente melodici. Quelli che, oggi si possono ricondurre al filone acustico in cui una mano si occupa di accordi e melodie e l’altra delle linee di basso.

Eddie Van Halen, per parte sua, non si è mai autoproclamato inventore del tapping. Ma di certo ne ha portato le sonorità all’attenzione del grande pubblico nel pieno boom della chitarra elettrica solista, ammiccando peraltro alle sonorità degli arpeggiatori synth tanto in voga in quegli anni.

Un atto di onestà intellettuale, senz’altro, ma ancora di più un atto d’amore verso la musica.

inventore del tapping
Camardese e Chat Baker in un concerto casalingo